E poi ci pensi su

E poi ci pensi, ci pensi sempre più forte a quelle idee che accarezzi da tempo e che ora, sì, proprio ora, vorresti abbracciare, forte forte e non lasciarle andare via, semmai aiutarle a crescere perché sai che senza di te non si realizzeranno mai e tu, eh, tu non ti sentirai mai pienamente realizzata senza di loro, e pensi che forse questo è il momento giusto, proprio ora, non puoi più aspettare, come quando ti scappa la pipì e devi correre, ché rischi di fartela addosso, adesso, e non puoi permettertelo, non puoi fartela scappare, no, non la pipì, questa occasione di farcela, devi farcela, non devi aver paura di fallire, ché la paura del fallimento è essa stessa fallimento e tu, ora, devi volare, devi lasciarti andare, con leggerezza, ché tutto questo blu non ti aspetterà all’infinito e tu ci pensi, sì, ci pensi su.

Testa o croce

Questo mal di testa non è normale.
Se mi facesse male il cuore, mi preoccuperei meno.
Ché io il cuore lo uso proprio tanto.
Lo metto dappertutto, senza risparmiarlo mai.

Ma la testa.
Quella proprio no.
Potrei rivendermela come nuova.
La uso pochissimo, giusto in quelle occasioni in cui non posso fare a meno di interpellarla.
Per esempio…
No, dico…
Ecco.
Non me ne viene in mente nemmeno una.

Eppure mi fa male.
Eccome.
E non posso farci niente.
A che gioco giOKIamo, dico io?

Forse il dolore è solo il preludio della fine.
Se fossi fine, potrei dire “la fine della fine”.
Ma sono rozza, quindi dirò “la fine della rozza”.
Rozza di sera…

Che poi.
Chi avrà cura dei miei scritti quando me ne sarò andata?
Scritti.
Deliri, meglio.
Deliri di una povera pazza.

Ho già pronto l’epitaffio:
“Ci ha lasciato le penne. Ora non scriverà più.”

Beh, un pensiero lasciatelo almeno voi, quando verrete a trovarmi.
Non fiori, ma opere di penne.

Riflessioni sulle riflessioni in una giornata marrone

Rileggo sempre ciò che scrivo.
E lo faccio più e più volte.
Perché dentro ci sono io.
Ho bisogno di leggere ciò che una parte di me ha scritto.

E’ come se mi osservassi da lontano.
Io che da lontano non ci vedo.
Eppure è un lontano che mi avvicina al “core”, al nucleo – direbbero gli inglesi.
“Allu core”, al cuore, direbbero i salentini.

Io sono lì, in mezzo ad un’accozzaglia di parole senza senso, forse.
Di certo sono parole che scrivo con il con-senso di una parte di me.
Quella che grida, sottovoce.
Quella che vorrebbe graffiare, senza unghie.
Quella che vorrebbe tutto, ma non vede niente.

E poi penso anche a questo giorno senza scrivere.
E allo scrivere, ora, per la necessità di esprimere.
E capisco che scrivere è frutto di emozioni forti.

Desiderio.
Rabbia.
Paturnie.
Amore.

Cose che parlano di me.
Cose che parlano per me.

Vabbè.

Riflessioni in una giornata marrone

Voglio scappare da tutto e da tutti.
Ma prima di tutto voglio scappare da me.

E non voglio fare più niente.

Non voglio scrivere, ché non ne sono capace.
Non voglio parlare, ché non ne sono capace.
Non voglio pensare, ché non ne sono capace.

E non mi sto piangendo addosso, ché non ho più lacrime.

Sono arrabbiata col mondo e con me, che di questo mondo non mi sento parte.

E vorrrei urlare, ma non ho più voce.

Mi sento vuota.
Vacante.
Una vacante che ha bisogno di una vacanza.
In giro da qualche parte.
Vagante.

In fondo di me ho sempre detto di essere una femmina vagante.
Ultimamente più mina.
Avrei tanto voluto trasformare quella carica esplosiva che è in me in una matita, capace di (de)scrivere sogni, speranze, desideri inespressi.

E invece no.

Sto scoppiando.
Forse è già accaduto.
Vedo pezzi di me ovunque.
E non so raccoglierli.
Non so aiutarmi.

Perché so bene che l’unica persona in grado di salvarmi è dentro di me.
Ma non la trovo.
Non mi trovo.
E se mi trovo, mi trovo male.

E faccio male a chi mi è vicino.

Mi dispiace di tutto.
Mi dispiace di me.

Sono una donna complicata.
E complicante.

Come se(mpre)

Come se
bastasse scusarsi per sentirsi meglio.

Come se
bastasse guardarsi dentro per scoprirsi migliori.

Come se
bastasse assaporare un po’ di caffellatte per sentirsi svegli.

Come se
bastasse rispondere al telefono per dire chi siamo.

Come se
bastasse guardarsi allo specchio per convincersi di esistere.

Come se
bastasse l’Universo a farci capire che un posto lo abbiamo.

Come se
bastasse un sorriso per far di noi persone felici.

Come se
bastasse poco.

Eppure basterebbe amarsi solo un po’ di più.

(come se bastasse dirlo)

Torno subito

Vado al massimo.
Ma torno subito.
Come minimo.
Non potrei restare lì a lungo.
Non ci sono abituata.
Però mi piace.
Andare al massimo, dico.
C’è da stare bene, lì.
E’ tutto così allegro, vivo, divertente.
No.
Non posso permettermelo.
Non sempre.
Ma ogni tanto mi piace andarci, sì.
Al massimo torno subito.
Dopo.

Pensieri in via di sviluppo

Mi chiudo in camera.
In una camera al buio.
Una camera oscura.
Ho bisogno di sviluppare pensieri.
Pensieri negativi che vorrebbero diventare positivi.
Negativo/positivo.
Due poli della stessa pila.
Pila di pensieri che si accumulano tutti i giorni nella mia mente.
Sono bipolare? mi chiedo.
+ o -, mi rispondo.
E’ che certe volte proprio non mi capisco.
Sto bene e mi chiedo perché.
Sto male e mi chiedo perché.
Forse chiedo troppo.
A me stessa.
Quando ogni tanto sarebbe meglio ascoltare, in silenzio, quello che ho da dire.
E da dare.
Senza chiedere di più.
O di meno.

Ah, l’amore!

Cos’è l’amore?
L’amore non esiste.
È un pensiero astratto.
Astratto a sorte.
Da un destino che ci vuole amanti di chi non ci ama.
È il cane che si morde la coda.
E poi se la lecca.
Ché s’è fatto male.
Allora lecca le ferite che lui stesso si è procurato.
Ah, l’amore!
Si fa presto a dire amore.
Amore qua.
Amore là.
E nessuno che possa dire con certezza di averlo provato almeno una volta nella vita.
O di averlo visto.
Com’è fatto l’amore?
L’amore è un tipo che si è fatto da sé.
Un self made love.
Ognuno ama a modo suo.
E l’amore non guarda in faccia nessuno, no.
E se qualcuno soffre che gliene importa all’amore?
L’amore se ne love le mani.
E chi s’è visto s’è visto.
Di certo non s’è visto l’amore.
Quello vero.
È un fantasma.
Un fantasma all’opera.
Spesso protagonista di tragedie.
L’amore è un dramma.
“Come stai?”
“Lasciami stare. Sono sotto un dramma.”
Ah, l’amore!
Tutti bravi a parlar d’amore, però.
“Sei l’uomo/la donna della mia vita.”
La precedente?
O quella futura?
L’amore non è mai presente.
È solo un’illusione.
Ottica.
“Ma io l’ho toccato con mano!”
Allora per te si è trattato di un’illusione tattica.
L’amore è il sovrano di un regno che non esiste.
“Oh mia Regina. Parlami d’amore!”
“È da mo’ Re che ti parlo!”
È inutile: l’amore non è in casa.
E non è un caso.
“Risponde la segreteria telefonica dell’Amore. In questo momento non ci sono. Ma lasciate un messaggio. Sarete amati al più presto.”
Click.

Il mio mal di te sta nel cuore

“Ho mal di testa.”
“Ma se non hai una testa, tu!”
“Embè? Mi fa male, ti dico.”
“Come può farti male ciò che non hai?”
“E’ proprio qui che ti sbagli. Fa sempre più male ciò che non si ha. O ciò che si è avuto in passato ed ora non c’è più.”
“Allora dimmi. Raccontami della tua testa. E del tuo dolore.”

“Ho perso la testa quando ho capito di averla molto a cuore.
Era nel posto sbagliato, forse.
Cuore e testa: due nemici/amici giurati.
Ed il processo (di rottura) inevitabile.
Dove c’era uno non poteva esserci l’altro.
E così sempre.
Allora giù litigi per stabilire chi dei due avesse ragione.
Il cuore, bravo ad argomentare per (cu)ore e (cu)ore, senza mai arrivare al cuore (della questione).
E la testa, ragionamenti a non finire per poter dimostrare di essere l’unica ad aver diritto di ragione.

E in uno di questi ragionamenti infiniti la mia testa si è persa.
E non è più tornata.
Ha lasciato campo libero ad un cuore subito pronto a dettar legge (“Al cuor non si comanda!”).
E giù emozioni una più forte dell’altra, passioni sfrenate e dunque incontrollabili, lacrime dolci e amare.
Una giostra emotiva senza (e)motivo.

Ed è lì che, tra un pianto ed un sorriso, ho cominciato a realizzare di avere una mancanza.
Di avere una mancanza, sì.
O meglio: di non avere una presenza.
Ed ecco il dolore.
Il dolore per ciò che non c’è.
Il dolore per un vuoto che sembra incolmabile.
Il dolore vivo per ciò che non vive più.

E mi fa male, sì.
Perché il cuore ha bisogno della testa, anche solo per litigare.
O per mitigare i suoi sbalzi d’amore.

Devo ritrovare ciò che ho perduto.
Lo devo fare per me.
Solo per me.

Te sta’ qui.
Io vado e torno.
(e te lo dico così: col cuore in mano)”

Di quei giorni in cui ti senti bellissima

E ti guardi allo specchio.
E ti stupisci.
Ché di solito non ti piace quello che quel tipo lì ti mostra a muso duro.
No.
E allora passi minuti e minuti e minuti che fanno presto a diventare ore e li passi lì,
davanti a lui, perché proprio non ti piaci.
E tu tutti quei minuti lì davanti proprio non te li puoi permettere.
Ché sei sempre in ritardo.
E te lo dicono tutti.
E tu arrivi trafelata e di corsa, accampando mille scuse, “c’era traffico”, “la macchina non partiva”, “ero già vestita e mi sono macchiata col caffè macchiato” e…
Basta.
Tanto non ti crede più nessuno.
Ti conoscono bene, ormai.
Come il tuo specchio.
“Specchio, specchio delle mie brame. Se non sono io la più bella del reame non dirmelo, per favore.”
Tanto quello non ti ascolta mai.
Parla prima ancora di riflettere.
E ti mostra quella tipa strana che proprio non ti piace.
Te la mostra, la mostra.
E tu sei già in ritardo e continui a risistemare il mascara, no no, meglio il rossetto, accidenti! era meglio quello di prima, e i capelli, un disastro! mai in ordine, mai!

Ma oggi ti guardi allo specchio e ti stupisci.
C’è qualcosa di strano.
Più strano del solito.
Qualcuno deve aver cambiato qualcosa.
O qualcosa, forse, ha cambiato te.
Boh?
Ti guardi ancora e ti piaci!
Sì, ti piaci!
Il mascara è ok.
Il rossetto pure.
E i capelli, poi!
Hai quasi paura di toccarli quei capelli così neri e ricci e in disordine perfetto.
Hai paura di rompere l’incantesimo.
Stavolta lo specchio ti sta dicendo che sei tu la più bella del reame.
Proprio tu.
E tu incassa e porta a casa.
Anzi no: porta fuori ché ti stanno aspettando.
Magari per una volta arrivi pure in orario.

(di quei giorni in cui ti senti bellissima)
(giorni così: senza un per chi)
(forse per te)