TelefonHate

priscilla-du-preez-181916

Odio il telefono
Quello moderno
Quello con il display che ti dice chi è
Prima ancora di aver risposto
Non come quello fisso
Di una volta
Quello che c’era solo a casa
E che esisteva solo se a casa c’eri pure tu
Era discreto, sì
Non un pettegolo – come quello moderno
Smart, lo chiamano
Intelligente? Figo?
Mah.
Io lo odio
Ché a me fa venire l’ansia solo a guardarlo.
Non puoi non vedere chi ti chiama
E magari in quel momento non hai voglia di parlare
Anche solo di rispondere
A quel numero
A quel nome
A quel volto
Che, display o no, hai già messo a fuoco
E non puoi nemmeno dire
“Non ero in casa”
Perché ti dirà
“Ti ho cercato. Non hai visto la chiamata persa?”
E quella persa sono io,
Che non ho voglia di rispondere.
Ma non ho scampo.
Specie quando ho campo.

Passo (più tardi)

Questo vuoto riempie le mie giornate
come un paradosso sempre nei paraggi
neanche fosse un calciatore pronto a fare rete
e invece si limita a guardarla
dalla traversa
di una strada senza vie d’uscita né di fuga
ed io che corro corro corro
sul posto
senza muovermi di un passo
più tardi
mi aspetto, molto
e non arrivo mai
ché questo vuoto riempie le mie giornate.

Attimi di sabbia

Attimi che se ne vanno
Prima ancora di averli davvero compresi
o semplicemente presi

Granelli di sabbia

. ..    .     .
. ..  .   .
.  .    .. .

Che non saranno mai miei
né del mare che li guarda
(crede)
ogni giorno

Svuoto la memoria
Per giustificare i vuoti che arrivano in automatico
Come da manuale
Quello che dovrei scrivere
E poi distribuire a chi dice di non capirmi o a chi ha la pretesa di conoscermi

Non so, no.
(io)
Forse riavvolgo il nastro della mia vita
Solo per guardarmi
“Replay it again, Sam”

Come se avessi il coraggio di vedere tutti i film
In cui ho solo fatto da comparsa
O scompar(Puff!)

Il mio angolo

donna che legge

Cerco un angolo.
In una casa piena di spigoli.
In cui sbatto.
In cui mi imbatto.
Sempre alla ricerca di un angolo.
Me ne basterebbe solo uno.
Uno tutto mio.
Un angolo custode.
Dei miei pensieri.
Delle mie riflessioni più profonde.
Dei miei pianti inconsolabili.
Delle mie letture più segrete.
Un angolo tutto mio.
Da dove potrei guardare il mondo.
Senza farmi notare.
Senza fare rumore.
In fondo chiedo solo un angolo.
Non un ring, su cui combattere.
Non un gong, per farmi smettere.
Solo un angolo.
Ma un posto così non è dietro l’angolo.
Magari lo trovo in camera.
“No, mi spiace. In camera c’è solo il grandangolo.”
Ah.

In crisi (a/r)

Lo sapevo: sono andata in crisi.
Facile per me andare in crisi, eh.
Il mio nome contiene la parola crisi da sempre.
E allora vado e torno come in un viaggio senza fine
e senza meta
basta una parola, o un pensiero o anche meno e
vado in crisi
d’identità?
anche
esistenziale?
forse
ogni crisi ha il suo perché
anzi, il mio
tanto per ribadire l’idea del possesso
e del controllo
che non ho su di me
figuriamoci sugli altri
sono fuori? controllo
e voi fatemi andare in crisi
in santa pace
mi accontento pure di una pace profana, se è per questo
se invece è per quello non mi accontento, no
e vado in crisi
preparo la valigia, poche cose
tanto vado e torno
e poi ci ritorno
“ma invece di andare in crisi, perché non vai in analisi?”
non conosco la strada.
“Google maps?”

Lonely girl with suitcase at country road.
Lonely girl with suitcase at country road.

Sospesa

E allora ti scrivo
Ora
Qui
Subito
Per non perdere tempo
E per non perdere te
Ché ho sempre addosso la sensazione di perdere qualcosa
Magari è solo l’equilibrio
Quando sento mancarmi la terra sotto i piedi
E non c’è neppure più il filo
Di un discorso
Questo
Cominciato e mai finito
Perché parlo parlo parlo
Anche solo per dire “esisto”
E non mi fermo, no
Per non cadere
Nei soliti errori
Quelli che alla fine faccio comunque
Alla fune è sempre così
Anche quando la fune non c’è
Un’equilibrista wireless
Questa sono io
O forse no
Ecco
Vedi
Sto per cadere
Un’altra volta
Alzo le braccia, al cielo
Come lo sguardo
No, non guardo giù
Ho le vertigini
Ma non cado
Credo
Spero
Mi dico
E se cado
Cado
Sarà come volare
Potrò dire di aver fatto un volo
Il primo
E ultimo
In fondo la caduta è sempre un volo
In fondo
Quello che toccherò
Chissà
Intanto sono ancora qui
Sospesa
Tra la voglia di volare
E la paura di cadere
Sospesa
A mezz’aria

Il ciclo(pe) della vita

Mai affezionarsi a Nessuno, Polifemo.
Ché nessuno si affezionerà mai a te.
E tu ci resterai male.
E resterai solo.
Solo con i tuoi pensieri.
Pure oggi.
E pure domani.
È la vita.
E tu non puoi farci niente.
Ha già fatto tutto lei a te.
Tutto quello che non volevi.
Tutto quello che non ti aspettavi.
E la delusione è tutto quello che ti resta.
Tra(le)dita.
Non pensarci più.
O almeno provaci.
Chiudi un occhio, Polifemo.
(Ops!)

Titti a casa

Se mi fingo morta forse mi lasciano in pace.
Tutti.
E tutto.
Se mi credono morta smetteranno di chiedere
di assillare
di bussare alla mia porta
“È aperta!”
Ecco.
Ho parlato.
Ora sanno che sono viva.
Che vivo ancora.
Vivo è una parola grossa.
Sopravvivo.
E sotto muoio.
Tanto non se ne accorge nessuno.
Finché continuo a sorridere va tutto bene.
Va tutto bene.
Va tutto. Bene.
Va. Tutto bene?
No.
Ma non diciamolo in giro.
Ché tanto non ci crederebbe nessuno.
Continua a ballare, Titti.
The show must go home.
“On. Si dice on.”
No. Per me è home.
Dove c’è Titti c’è casa.
“E dov’è casa?”
Non so.
Sto ancora cercando la Titti.

Sono fuori? Controllo.

Sono fuori di me.
Ogni tanto ne sento il bisogno.
Di uscire.
Di uscirmi (ma sì, lasciatemi dire così).
Vado a fare un giro, mi son detta.
Alla larga.
Da tutto.
E da Titti.
Giusto per vedere che effetto fa.
Guardarsi dal di fuori.
Vedere come mi vedono gli altri.
E’ divertente.
E’ la mia vita, quella laggiù.
Guarda un po’ che tipa strana che sono.
E che tipe strane che ci sono tutte dentro la stessa me.
Ora allegra.
Un minuto dopo tristissima.
E poi serena.
Rassegnata, forse.
Ma viva, ancora viva, malgrado tutto.
Malgrado tutti quelli che la vorrebbero diversa.
O che la vorrebbero, magari, sempre e solo felice.
Eh.
Provo ad avvicinarmi, ma ho paura di essere riconosciuta.
Forse è solo paura di riconoscermi, in lei.
Allora faccio le presentazioni:
“Ciao, sono Titti, ci conosciamo?”
“Sì, proviamo a conoscerci.
Entra dentro. E prendiamo un po’ di te.
E di me.”

Che spettacolo!

E vorrei leggere.
E vorrei scrivere.
E vorrei.
Ma queste giornate mi piombano addosso con tutto il loro peso.
Sono frane.
Su una frana.
Me.
Che rotolo giù.
A pezzi.
E non riesco a fermarmi.
Eppure vorrei.
Vorrei leggere.
Vorrei scrivere.
Di me.
Di quello che mi brucia dentro.
E poi sale su, come un rigurgito.
Burp!
Ma non posso fare niente.
Perché devo fare tutto.
Tutto quello che altri hanno deciso per me.
O hanno reciso, per me.
Rami secchi, dicono.
Parti di me, dico.
Che non voglio lasciar andare.
Ma che “devo” lasciar andare.
In fondo chi sono io per decidere?
Sono io, non basta?
Dovrei decidere di recidere.
Il filo.
Quell’invisibile filo che fa di me una marionetta.
Nelle mani di chi conosce bene il mestiere.
Un inchino qua.
Un bacio là.
Sì, il teatrino è sempre un successo.
Ed io attrice non protagonista della mia vita.
Che spettacolo che sono!
Applausi!

(Quasi quasi oggi mi do malata e non vado in scena)

“Pazza! Tocca a te!”
“Non posso. Ho perso il filo. Del discorso…”
“Uh! Quante scene! Tanto lo sai che il filo lo abbiamo noi.”
“Ok. Mi in filo qualcosa e arrivo.”

[[sipario]]