La fate facile, voi.

“Scrivi”.
E’ l’invito di questo foglio bianco.
Mi dice proprio così:
“Scrivi”.
Come se fosse facile.
O come se colei che scrive fosse felice.
Fosse facile essere felice.
Invece non lo è mai.
Nemmeno quando sento che quella felicità in fondo un po’ me la merito.
Ma non riesco a godermela.
Ché non è facile nemmeno godere, eh.
Troppi freni, paletti, muri alti alti.
Provo a scalarli, io, quei muri, ma c’è sempre qualcosa (o qualcuno) che da giù mi tira la maglia.
E non mi fa arrivare in cima.
Allora mi sento straziata.
Ho l’anima a brandelli.
Il cuore sta bene, grazie.
Ma l’anima è in rianimazione.
Si rianimerà?
Non so.
So dove sono e so dove vorrei essere.
E così non mi sento in nessun luogo.
So chi sono?
E chi sono io per dirlo?
Allora forse è meglio scrivere.
Scrivere per descrivere.
I miei stati d’animo
Le mie paturnie
Le mie ansie
Le mie felicità
Le mie paure

Scrivere per descrivere me.

Eh.
Fosse facile.
Come essere felici.

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In prima visione

E improvvisamente scopro che tu hai una vita al di fuori di qui.
Qui è qui.
Il mio cuore è qui.
E tu non sei qui.
Sei la proiezione dei miei desideri e delle mie illusioni, ma non sei qui.
E sì che me ne faccio film io.
Ma che me ne faccio poi?
“Li puoi rivedere quando vuoi.”
“Ti ci puoi immedesimare come vuoi.”
“Li puoi…”
Vabbè, ho capito.
Basta con queste repliche.
E poi in testa ho una multisala, io.
E stasera, in sala 1, danno un film in prima visione assoluta.
Non posso certo mancare alla prima.
Di una lunga serie.
Magari potrei proporre una serie tv.
“Ma siamo serie: chi vuoi che prenda in considerazione i nostri film girati in casa su pellicola domopak?”
Scusa.
Parlavo col cast.
“Sì e tu sei la diva: cast diva. Ma facci il piacere!”
“Beh, quello è tutto mio. E di certo non lo faccio a voi.”

S’è fatta sera.
Chiudo le tende.
O, come dicono gli inglesi, the end.

Testa o croce

Questo mal di testa non è normale.
Se mi facesse male il cuore, mi preoccuperei meno.
Ché io il cuore lo uso proprio tanto.
Lo metto dappertutto, senza risparmiarlo mai.

Ma la testa.
Quella proprio no.
Potrei rivendermela come nuova.
La uso pochissimo, giusto in quelle occasioni in cui non posso fare a meno di interpellarla.
Per esempio…
No, dico…
Ecco.
Non me ne viene in mente nemmeno una.

Eppure mi fa male.
Eccome.
E non posso farci niente.
A che gioco giOKIamo, dico io?

Forse il dolore è solo il preludio della fine.
Se fossi fine, potrei dire “la fine della fine”.
Ma sono rozza, quindi dirò “la fine della rozza”.
Rozza di sera…

Che poi.
Chi avrà cura dei miei scritti quando me ne sarò andata?
Scritti.
Deliri, meglio.
Deliri di una povera pazza.

Ho già pronto l’epitaffio:
“Ci ha lasciato le penne. Ora non scriverà più.”

Beh, un pensiero lasciatelo almeno voi, quando verrete a trovarmi.
Non fiori, ma opere di penne.