L’amore è un jeans

mc-jefferson-agloro-186548I jeans.
Sono lì, in vetrina.
Ti guardano.
Ti guardi e pensi: sono perfetti per me!
Li compri.
Mai della taglia giusta, ma ti convinci che
“tanto poi cedono” e quella che cede sei tu.
Arrivi a casa.
Vuoi metterli.
Stretti da morire (tanto poi cedono, ti ripeti come un mantra, mantra li indossi)
Ecco! Bellissimi!
Esci a farci un giro.
Domani li rimetti, sono troppo belli!
Ma anche dopodomani.
E al quarto gior… no.
Hanno ceduto troppo (te l’avevo detto, no? Tanto poi cedono).
Ma così è davvero troppo.
Non ti piacciono proprio.
Non sono più quelli belli in vetrina.
Quelli che hai comprato tuttacontenta.
No.
Non più.

Ecco.
L’amore è un jeans.

 

TelefonHate

priscilla-du-preez-181916

Odio il telefono
Quello moderno
Quello con il display che ti dice chi è
Prima ancora di aver risposto
Non come quello fisso
Di una volta
Quello che c’era solo a casa
E che esisteva solo se a casa c’eri pure tu
Era discreto, sì
Non un pettegolo – come quello moderno
Smart, lo chiamano
Intelligente? Figo?
Mah.
Io lo odio
Ché a me fa venire l’ansia solo a guardarlo.
Non puoi non vedere chi ti chiama
E magari in quel momento non hai voglia di parlare
Anche solo di rispondere
A quel numero
A quel nome
A quel volto
Che, display o no, hai già messo a fuoco
E non puoi nemmeno dire
“Non ero in casa”
Perché ti dirà
“Ti ho cercato. Non hai visto la chiamata persa?”
E quella persa sono io,
Che non ho voglia di rispondere.
Ma non ho scampo.
Specie quando ho campo.

Passo (più tardi)

Questo vuoto riempie le mie giornate
come un paradosso sempre nei paraggi
neanche fosse un calciatore pronto a fare rete
e invece si limita a guardarla
dalla traversa
di una strada senza vie d’uscita né di fuga
ed io che corro corro corro
sul posto
senza muovermi di un passo
più tardi
mi aspetto, molto
e non arrivo mai
ché questo vuoto riempie le mie giornate.

Attimi di sabbia

Attimi che se ne vanno
Prima ancora di averli davvero compresi
o semplicemente presi

Granelli di sabbia

. ..    .     .
. ..  .   .
.  .    .. .

Che non saranno mai miei
né del mare che li guarda
(crede)
ogni giorno

Svuoto la memoria
Per giustificare i vuoti che arrivano in automatico
Come da manuale
Quello che dovrei scrivere
E poi distribuire a chi dice di non capirmi o a chi ha la pretesa di conoscermi

Non so, no.
(io)
Forse riavvolgo il nastro della mia vita
Solo per guardarmi
“Replay it again, Sam”

Come se avessi il coraggio di vedere tutti i film
In cui ho solo fatto da comparsa
O scompar(Puff!)

Inconcludente (che duole)

E continuo a scrivere, oggi
Cose che non hanno inizio né fine
Come un discorso già cominciato
E non ancora concluso
Come il pezzo jazz che sto ascoltando
Di quelle cose a cui puoi attaccare di tutto
E staranno sempre bene
O male
Sempre così, io
Eh
Io
Ho un io troppo invadente
Anche quando ama
Fa il pazzo (eh)
Perché vorrebbe gridare al mondo quanto è felice
(quando è felice)
E quanto soffre
(quando soffre)
Ci sguazza, il mio io, nelle pozzanghere delle mie lacrime
E si lascia prendere dall’entusiasmo delle mie risate
Però
Eh
Però a volte è troppo preso da sé
E si perde
Si perde quello che gli accade intorno
E ferisce
Senza toccare
Anzi, proprio perché non ha toccato
Argomenti
Problemi
Sentimenti
E poi non sa come riparare
O dove riparare
Perché comincia a piovere
Ah no
Sono lacrime
Eh
Continuo a scrivere
Dopo, magari
Così potrò concludere
Magari

di giorni migliori

ho avuto giorni migliori, di me, che non combino mai nulla di buono, beh, forse sto esagerando, qualcosa tutto sommato mi piace, non posso sottrarmi a questa verità, che fa bene, mica la verità può sempre fare male, ma oggi un po’ male mi sento, ché vorrei aiutare una persona a cui voglio bene, ma quella scalcia, come una bimba che fa i capricci, che non ti vuole vicina, che ti spinge via, ma io so che non è così, però non posso fare niente, posso solo prendere calci e pugni e aspettare che passi, come diceva quel tizio lì, “passata è la tempesta, odo augelli far festa…”, magari tornasse il sereno, ma qui è tutto variabile, forse la variabile sono io, forse no, eh, eppure abbiamo avuto giorni migliori, ricordi, sbiaditi, di noi due sdraiate in riva al mare a parlare per ore di tutto e di tutti, quel ragazzino che mi piaceva tanto, ma lui guardava solo te, ricordi?, quanto c’ho pianto, e tu ridevi, eh, e ridevamo stese lì, al sole che ci guardava come spiedini e ci rosolova, sì, di un bel colore barbecue, ma sì, torneremo anche stavolta a sorridere, tanto lo so: ho avuto giorni migliori, ne avremo di più belli, insieme, forse

Riflessioni sulle riflessioni in una giornata marrone

Rileggo sempre ciò che scrivo.
E lo faccio più e più volte.
Perché dentro ci sono io.
Ho bisogno di leggere ciò che una parte di me ha scritto.

E’ come se mi osservassi da lontano.
Io che da lontano non ci vedo.
Eppure è un lontano che mi avvicina al “core”, al nucleo – direbbero gli inglesi.
“Allu core”, al cuore, direbbero i salentini.

Io sono lì, in mezzo ad un’accozzaglia di parole senza senso, forse.
Di certo sono parole che scrivo con il con-senso di una parte di me.
Quella che grida, sottovoce.
Quella che vorrebbe graffiare, senza unghie.
Quella che vorrebbe tutto, ma non vede niente.

E poi penso anche a questo giorno senza scrivere.
E allo scrivere, ora, per la necessità di esprimere.
E capisco che scrivere è frutto di emozioni forti.

Desiderio.
Rabbia.
Paturnie.
Amore.

Cose che parlano di me.
Cose che parlano per me.

Vabbè.

Riflessioni in una giornata marrone

Voglio scappare da tutto e da tutti.
Ma prima di tutto voglio scappare da me.

E non voglio fare più niente.

Non voglio scrivere, ché non ne sono capace.
Non voglio parlare, ché non ne sono capace.
Non voglio pensare, ché non ne sono capace.

E non mi sto piangendo addosso, ché non ho più lacrime.

Sono arrabbiata col mondo e con me, che di questo mondo non mi sento parte.

E vorrrei urlare, ma non ho più voce.

Mi sento vuota.
Vacante.
Una vacante che ha bisogno di una vacanza.
In giro da qualche parte.
Vagante.

In fondo di me ho sempre detto di essere una femmina vagante.
Ultimamente più mina.
Avrei tanto voluto trasformare quella carica esplosiva che è in me in una matita, capace di (de)scrivere sogni, speranze, desideri inespressi.

E invece no.

Sto scoppiando.
Forse è già accaduto.
Vedo pezzi di me ovunque.
E non so raccoglierli.
Non so aiutarmi.

Perché so bene che l’unica persona in grado di salvarmi è dentro di me.
Ma non la trovo.
Non mi trovo.
E se mi trovo, mi trovo male.

E faccio male a chi mi è vicino.

Mi dispiace di tutto.
Mi dispiace di me.

Sono una donna complicata.
E complicante.