Inconcludente (che duole)

E continuo a scrivere, oggi
Cose che non hanno inizio né fine
Come un discorso già cominciato
E non ancora concluso
Come il pezzo jazz che sto ascoltando
Di quelle cose a cui puoi attaccare di tutto
E staranno sempre bene
O male
Sempre così, io
Eh
Io
Ho un io troppo invadente
Anche quando ama
Fa il pazzo (eh)
Perché vorrebbe gridare al mondo quanto è felice
(quando è felice)
E quanto soffre
(quando soffre)
Ci sguazza, il mio io, nelle pozzanghere delle mie lacrime
E si lascia prendere dall’entusiasmo delle mie risate
Però
Eh
Però a volte è troppo preso da sé
E si perde
Si perde quello che gli accade intorno
E ferisce
Senza toccare
Anzi, proprio perché non ha toccato
Argomenti
Problemi
Sentimenti
E poi non sa come riparare
O dove riparare
Perché comincia a piovere
Ah no
Sono lacrime
Eh
Continuo a scrivere
Dopo, magari
Così potrò concludere
Magari

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Englishman in New York

Sting-Englishman-In-New-York

Mi faccio tanti film.
E sono film fatti in casa.
Su pellicola domopak.
Ma mi dicono dalla regia che devo smettere di farmi tutti questi film.
E lo dicono a me.
Sì, a me.
Che ho già scelto pure la colonna sonora.
Brani di ogni genere.
Protagonisti, essi stessi, del mio passato.
E del mio presente.
Jazz, pop, bossa…
C’è sempre una musica che bossa alla mia porta.
E che mi porta via con sé.
E con tutti i miei “se”.
E questa sera il mio film è in bianco e nero.
Come i due colori che sento dentro, da sempre.
Buio e luce.
Metto sempre le cose in chiaroscuro, io.
Per godere meglio dei contrasti.
Come quelli che sa regalare una città che ho nel cuore: New York.
Città in bianco e nero descritta, disegnata, in questa poesia che amo:

Alla giovane cassiera di Sbarro, Times Square, NYC
[di R. Uberti in Tetralogia Newyorkese]

È un’ora di pranzo credo come tutte le altre
sulla prua di Times Square orientata a nordovest
e tu hai un sorriso da gallina sventrata mentre infili la mia cartadicredito
dentro un paio di labbra di plastica e mi dici tenkiù.
Ho un vassoio con un po’ di pasticcio di pasta e del pollo
credo oramai arrugginito. Tra un attimo siederò a un tavoletto
addosso a una vetrina dove mi sento in faccia alla folla.
E tu intanto dirai altri dieci e poi dieci e poi dieci tenkiù
a chi compra il tuo pollo oramai arrugginito.
In faccia a tutta la folla che cosparge ricopre la prua di Times Square
in piena navigazione verso porti mai visti
sei soltanto la piccola buccia
di una vecchia banana gettata su un marciapiedi esigente.

(E in sottofondo Sting se la canta – e ce le canta)
“Be yourself, no matter what they say”

When I Fall in Love (B. Evans)

Dritto dritto al cuore.
Senza passare per nessun altro organo vitale.
Dritto dritto, come un colpo ben assestato.
Una freccia.
Che fa breccia.
Basta guardarla dall’altro lato, quello b.
Un brano che puoi ascoltare solo ad occhi chiusi.
Come quando dai un bacio.
Un lungo bacio.
E ti ritrovi in un mondo parallelo.
Il suo.
E ti perdi.
E ti cerchi.
E ti trovi.
Così io.
Quando mi innamoro.

When I Fall in Love

When I fall in love it will be forever
Or I’ll never fall in love
In a restless world like this is
Love is ended before it’s begun
And too many moonlight kisses
Seem to cool in the warmth of the sun

When I give my heart it will be completely
Or I’ll never give my heart
And the moment I can feel that you feel that way too
Is when I fall in love with you.

And the moment I can feel that you feel that way too
Is when I fall in love with you.