Scrittori di aforismi su Twitter, Sonopazzaio

L’importanza di essere Pazza.
(e intanto Oscar Wilde se la ride)

[ma Aforisticamente qui mi prende sul serio – e mi prende parecchio]

Nella sezione Scrittori di aforismi su Twitter, l’articolo di oggi è dedicato a @sonopazzaio (La Pazza). Nella breve nota biografica che mi ha inviato, l’autrice scrive di sé:

Parlare di me non è facile.
Figuriamoci parlare di lei.
Lei chi?
La Pazza, naturalmente.
Ovvero l’altra me che mi abita da sempre e che nel giugno del 2012 ha deciso di venir fuori a dire la sua.
Fuori di testa.
La mia testa.
Ero già su twitter con il mio nome, ma dopo qualche mese ho sentito la necessità di dar voce ad ogni mio singolo pensiero liberandolo dalla persona reale che lo scriveva.
La Pazza è un personaggio di fantasia (e la fantasia è anche un po’ il suo alibi).
Scrive paturnie e altre pazzate rispettando, senza volerlo, la doppia anima di chi la anima.
Nella bio di twitter si definisce bipolare (abita ora il Polo Sud, ora…

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Cent’anni di solitudine

Di quei libri che
dovresti leggere
(te lo ha detto il tuo professore di Letteratura Angloamericana, anni fa)
non puoi non conoscere
(fanno parte del patrimonio culturale di tutti)
devi avere nella tua libreria
(perché sono classici)

Di quei libri che compri, con il proposito di leggerli subito.

Di quei libri che già solo il titolo ti sembra di sentire tuo.

Cent’anni di solitudine

Comprato e messo lì, a far la polvere, su di un comodino poco comodo, ché già bell’e occupato da tanti altri suoi simili.

E ti dici
ora lo leggo
(e intanto ti sei innamorata di un altro)
questa sera lo inizio
(ma no! sono troppo stanca per iniziare un mattone)
Dai, sì. Me lo porto al mare.
(seh! Al mare servono cose più leggere, da leggere)

E intanto gli anni passano.
E i cent’anni di solitudine sembrano quelli del povero libro sul tuo comodino.
Eppure hai letto L’amore ai tempi del colera e ti è rimasto impresso, come un tatuaggio indelebile.

E poi ti piomba addosso così, in un giorno qualunque, la notizia:

E’ morto Gabriel Garcia Marquez!

E tu resti lì.
Davanti alla tv.
Senza dir nulla.
Tanto ci pensano gli altri a dire tutto.
Tutti bravi a salire sul carro funebre del vincitore, che ha perso contro la morte.
Tutti pronti a dire di aver letto questo o quel libro.
Tutti lì a scrivere frasi tratte dai suoi romanzi più famosi e belli.
E tu niente.
“Non ho niente da dire, Vostro Onore.”

Ma non è vero.
Stai mentendo.
A te stessa.
C’è un libro, lì, sul comodino.
Ed è lì che ti aspetta, da anni.
Proprio tanti anni.
Ed è senza dir niente che ti avvicini e apri una pagina.
La prima.
Ti sembra il modo più giusto per ricordare chi non c’è più.
E per ricordare chi ti aspetta da anni.
Quel libro.

“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.”

Diciamo che è un inizio.
Meglio, un incipit.

[ora sono a pag. 109 e Macondo è ormai il mio M(ac)ondo]

Sbagliando si muore

“Oggi mi sento particolarmente ispirata.” disse la poveretta prima di spirare.

Eh, aveva da sempre un sogno, lei.
Studiare.
Sì.
Quella cosa che si fa sui libri, a scuola.
E invece niente.
I suoi le volevano un gran bene e per questo avevano tentato in tutti i modi di tenerla lontana dalle “insidie della vita”.
Prima fra tutte la cultura.
Era una parola, quella, che nascondeva troppi metasignificati.
“Cul” e “tura”.
Mh.
“Molto meglio darsi alla coltura, degli ortaggi”, pensavano.
La loro figlia doveva essere, sì, una cima.
Una cima di rapa, per la precisione.
E c’erano riusciti benissimo.

La poveretta morì così, con tutta l’ignoranza a carico.
Senza capire la differenza tra l’essere ispirati e l’essere spirati.

Di mostro


Nuda.
Davanti a te.
E non mi vergogno, no.
Non ho freddo.
Non ho paura.
Di mostrarmi.
Di mostrarti, chi sono.
Mostro, che sono.
E che posso essere.
Ogni giorno un nuovo difetto.
Un neo.
Un punto qua e là.
Tanti puntini che, se li guardi da lontano, ti mostrano quella che sono.
Come mi dipingono, gli altri.
E come mi (de)scrivo io.
Ma tu guardami.
Guardami ancora.
E non smettere, ti prego, no.
Anche se sono nuda.
Qui.
Ora.
Sempre.
(davanti a te)

Mi faccio un dramma

E lo so che sono strana.
Ora rido.
Poi piango.
Rido di nuovo.
Dovrei farla finita ma la faccio infinita.
C’è che vivo di emozioni forti.
Azioni sempre in rialzo o in ribasso.
Dovrei andare in una Spa, per recuperare la forza delle mie azioni.
Ma tanto non servirebbe a niente.
Una volta fuori mi ritroverei dentro di nuovo.
Come se ne esce?
Non c’è via d’uscita.
Eppure continuo a gridare: “Fuori!”
Ma nessuno risponde a quel nome.
Eh, l’importanza di chiamarsi Fuori.
Dovrei farci un film dei miei.
Roba da Oscar.
Wilde.

[Ok. Esco. Di scena.]

Dottore, Avvocato, Conte, Marchese, Duca, … <—– [titoli di coda]

Note(voli) – Coldplay “Magic”

Non un video.
Un corto.
Per chi è a corto di magia.
E di amore.
Ché l’amore è magia.
E ti appare proprio quando meno te l’aspetti.
E tu sorridi, come un bimbo che non crede ai suoi occhi.
Forse è solo un trucco.
Ma quel bimbo non lo sa.
E’ magia.
Ecco cos’è.

Sono una bastafeste

Tutti a pensare alle vacanze.
Alle ferie.
Alle feste.
Io, invece, no.
Ma anche sì.
Cioè, non so.
La festa mi infesta.
E mi annoia.
Io penso molto di più quando ho meno tempo.
Per me e per gli altri.
Se mi sto stretta, cerco di uscire.
E allora faccio,
penso,
dico,
amo,
vivo.

Ma se c’è troppo spazio (e tempo) mi muovo male.
O non mi muovo affatto.
Sono pigrissima anche quando penso.
E chi mi accidia a me?

Quindi: basta feste!
Torniamo tutti a lavoro.
Sì, ora starete pensando: “E tornaci tu!”
Va bene, ok.
Chiedo aiuto ai miei amici a quattro zampe.
Organizzo una pet-izione.
E poi vedrete.
Lascerò un segno.
Un’impronta.
Forse più di una.
(i miei amici animali mi hanno lasciato un ricordo. Io l’ho pestato. Ecco)

Beh, basta
Ritorno in me.
Così mi sto stretta.
E cerco di evadere.

(lo so: ho una strana evasione della vita, io)