Sospesa

E allora ti scrivo
Ora
Qui
Subito
Per non perdere tempo
E per non perdere te
Ché ho sempre addosso la sensazione di perdere qualcosa
Magari è solo l’equilibrio
Quando sento mancarmi la terra sotto i piedi
E non c’è neppure più il filo
Di un discorso
Questo
Cominciato e mai finito
Perché parlo parlo parlo
Anche solo per dire “esisto”
E non mi fermo, no
Per non cadere
Nei soliti errori
Quelli che alla fine faccio comunque
Alla fune è sempre così
Anche quando la fune non c’è
Un’equilibrista wireless
Questa sono io
O forse no
Ecco
Vedi
Sto per cadere
Un’altra volta
Alzo le braccia, al cielo
Come lo sguardo
No, non guardo giù
Ho le vertigini
Ma non cado
Credo
Spero
Mi dico
E se cado
Cado
Sarà come volare
Potrò dire di aver fatto un volo
Il primo
E ultimo
In fondo la caduta è sempre un volo
In fondo
Quello che toccherò
Chissà
Intanto sono ancora qui
Sospesa
Tra la voglia di volare
E la paura di cadere
Sospesa
A mezz’aria

Che giornata del Katze!

Amo gli animali.
Me lo ripeto tutte le mattine guardandomi allo specchio.
Ma più di tutti amo i gatti.
Sì, c’è chi ama i cani e chi ama i gatti.
Io amo i gatti.
Da qualche parte ho letto, da ragazzina, che l’amore per i gatti è in qualche modo legato al sesso.
Ma tutto questo non ha sesso!
O forse sì?
In fondo deve pur esserci una qualche correlazione con l’equivalente tedesco per gatto: Katze.
Sì, proprio Katze.
“Ma di che Katze stai parlando, Pazza?”
Del gatto, in tedesco!
Beh, in effetti anche gli inglesi hanno i loro cats…
Ma farsi capire non è mai facile, eh.
Fra intendersi e fraintendersi è un attimo.
Ed io che nella Giornata Mondiale del Gatto cercavo solo di essere sul pezzo.
E invece sto sul Katze.
Anche il mio gatto mi guarda e se la ride.
Sotto i baffi.
Vabbè, vado a giocare un po’ con lui.
Scusate, torno topo.

Il nome dei gatti

E’ una faccenda difficile mettere il nome ai gatti;
niente che abbia a che vedere, infatti,
con i soliti giochi di fine settimana.
Potete anche pensare a prima vista,
che io sia matto come un cappellaio,
eppure, a conti fatti,
vi assicuro che un gatto deve avere in lista,
TRE NOMI DIFFERENTI. Prima di tutto quello che in
famiglia
potrà essere usato quotidianamente,
un nome come Pietro, Augusto, o come
Alonzo, Clemente;
come Vittorio o Gionata, oppure Giorgio o Giacomo
Vaniglia –
tutti nomi sensati per ogni esigenza corrente.
Ma se pensate che abbiano un suono più ameno,
nomi più fantasiosi si possono consigliare:
qualcuno pertinente ai gentiluomini,
altri più adatti invece alle signore:
nomi come Platone o Admeto, Elettra o
Filodemo –
tutti nomi sensati a scopo familiare.
Ma io vi dico che un gatto ha bisogno di un nome
che sia particolare, e peculiare, più dignitoso;
come potrebbe, altrimenti, mantenere la coda
perpendicolare,
mettere in mostra i baffi o sentirsi orgoglioso?
Nomi di questo genere posso fornirvene un quorum,
nomi come Mustràppola, Tisquàss o Ciprincolta,
nome Babalurina o Mostradorum,
nomi che vanno bene soltanto a un gatto per volta.
Comunque gira e rigira manca ancora un nome:
quello che non potete nemmeno indovinare,
né la ricerca umana è in grado di scovare;
ma IL GATTO LO CONOSCE, anche se ma lo confessa.
Quando vedete un gatto in profonda meditazione,
la ragione, credetemi, è sempre la stessa:
ha la mente perduta in rapimento ed in contemplazione
del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:
del suo ineffabile effabile
effineffabile
profondo e inscrutabile unico NOME.

T.S. Eliot
(Old Possum’s Book of Practical Cats)

Il ciclo(pe) della vita

Mai affezionarsi a Nessuno, Polifemo.
Ché nessuno si affezionerà mai a te.
E tu ci resterai male.
E resterai solo.
Solo con i tuoi pensieri.
Pure oggi.
E pure domani.
È la vita.
E tu non puoi farci niente.
Ha già fatto tutto lei a te.
Tutto quello che non volevi.
Tutto quello che non ti aspettavi.
E la delusione è tutto quello che ti resta.
Tra(le)dita.
Non pensarci più.
O almeno provaci.
Chiudi un occhio, Polifemo.
(Ops!)

Odio le file

Mi sono alzata presto stamattina, per dare uno sguardo a questo nuovo anno. 
Sì, un po’ lo avevo visto ieri sera, allo scoccare della mezzanotte, ma c’era un tale frastuono di botti e risposte che non c’avevo capito poi molto. Allora avevo chiuso la finestra con la tacita promessa di alzarmi presto e guardare questo 2015 senza distrazioni di sorta.

E invece niente.
C’era già la fila, stamattina.
E io ODIO le file.
Ho provato a capire se ci fosse anche solo una remota possibilità di vedere la fine, di quella fila, ma non c’era, no. 
C’era, invece, un sacco di gente che parlava e parlava e parlava, fastidiosa quasi più dei botti di poche ore prima. E diceva che sì, sarà un anno fantastico, vedrai, ma no, è già iniziato da schifo, così come è finito, e chissà se troverò lavoro, dai, pensa alla salute e auguri per un anno sereno, anche a te e famiglia, e blablabla.
Ma io non avevo in mente tutto questo.


Meglio sarebbe stato, allora, restarsene a letto, mi sono detta.

 Avrei potuto provare ad immaginare, magari sognare, un anno diverso, più allegro, colorato, come un cartone animato da buoni propositi.


Invece testona che sono!

Dovevo alzarmi presto, io.


Dovevo guardare con gli occhi veri e non con quelli della mente, io.
Dovevo osservare, analizzare, sperimentare e poi trarre le mie conclusioni su questo nuovo inizio, io.
Eh.
Ma c’era già la fila.
E io ODIO le file.
“Serviamo il numero…”
No, aspetta, forse tocca a me.
Sì, ecco. Tocca a me dire.
Dunque… ecco… no, dico…
Lo sapevo.
Non so più cosa dire.
Non sono ancora pronta.
E’ troppo presto.
Non me la sento di sputare sentenze su ciò che non conosco.
Ed io questo 2015 non lo conosco ancora.
E neanche voi altri lo conoscete ancora.
Allora disperdiamoci, su.
Lasciamo perdere la fila.
Lasciamo perdere questo insensato blablabla che non porta a niente.
Facciamo entrare questo povero anno appena arrivato e vediamo cosa fa.
Intanto io prendo il numerino, per il 31 dicembre.
Così sarò la prima a parlare dell’anno appena passato.
Sarò la prima della fila.
(perché io ODIO le file – l’ho già detto?)

Disegnando ad occhi aperti

Disegnare
è un sogno
da sempre
per me che non so tenere in mano una matita
o, forse, è la matita che snobba la mia mano.
Dammi una mano, tu, disegnatore dei miei pensieri
e dei miei stivali
come il gatto che sa sempre cosa fare
e dove andare
in giro per i tetti altrui
tanto chi vuoi che se ne accorga?
Solo la luna
Ah, sì.
Lei vede tutto
e tutti
anche noi
noi chi?
Noi due
e tre
e quattro
e cinque
e basta
siamo troppi
come questi pensieri
che non hanno capo né coda
perché non hanno corpo
di mille balene
su spiagge affollate di venditori ambulanti
e senza più conchiglie
da portare all’orecchio di un bambino
che vuole sentire il mare
il mare di vivere qui
lontano da occhi indiscreti
e da cuori impiccioni
e da matite snob che non vogliono darmi un segno.
Allora niente
meglio tenersi fogli bianchi
come lenzuola
su un letto sfatto
apposta per me
[per me che sono la sua mat(i)ta]

l’accentiamo?

Ma uffa!
Possibile che quando mi rileggo trovo sempre qualcosa che non va?
Figurati quando mi rilego.
Come libro, dico.

Dunque.
Ho letto, ieri, mentre scrivevo.
Sì, scrivo di getto, ma non getto mai.
Nella spazzatura.
Ché quello che scrivo lì starebbe proprio bene.
Sarebbe l’unico modo per me di fare la differenza come scrittrice.
“Hai visto la Pazza? Lei sì che si è differenziata! Nella carta…”

Dicevo.
Leggo e che ti trovo?
Una e con un accento in più!
E li mi accento io.
Di rabbia!
Se ci fosse stato Gerry Scotti questo non sarebbe accaduto.
Me lo avrebbe fatto notare.
Avrebbe detto:
“La Pazza, è la tua risposta definitiva? L’accentiamo?”
E io avrei detto: “No!”
E tutto sarebbe andato a meraviglia.
Invece Gerry non c’era.
Mi hanno detto che era a casa con la febbre.
Gerry, scotti?

(Uffa!)

Titti a casa

Se mi fingo morta forse mi lasciano in pace.
Tutti.
E tutto.
Se mi credono morta smetteranno di chiedere
di assillare
di bussare alla mia porta
“È aperta!”
Ecco.
Ho parlato.
Ora sanno che sono viva.
Che vivo ancora.
Vivo è una parola grossa.
Sopravvivo.
E sotto muoio.
Tanto non se ne accorge nessuno.
Finché continuo a sorridere va tutto bene.
Va tutto bene.
Va tutto. Bene.
Va. Tutto bene?
No.
Ma non diciamolo in giro.
Ché tanto non ci crederebbe nessuno.
Continua a ballare, Titti.
The show must go home.
“On. Si dice on.”
No. Per me è home.
Dove c’è Titti c’è casa.
“E dov’è casa?”
Non so.
Sto ancora cercando la Titti.

Chiuso per volo. Torno subito.

Quasi quasi scrivo qualcosa.
Così.
Mentre sto facendo altro.
Come a dimostrare, a me stessa, che posso scrivere quando più ne ho voglia.
Anche quando non posso.
È il mio modo di dirmi che non sono in gabbia.
O, meglio, che della mia gabbia ho le chiavi.
E se ogni tanto mi vien voglia di volare lo posso fare.
Basta aprire.
Basta aprirsi.
E tutto verrà da sé.
Anche le ali.
Quelle che non vedo quando sono in gabbia.
Spazio troppo stretto per riuscire a guardarsi le spalle.
Eppure le sento prudere.
Le mie ali prudenti.
Che sanno bene quando bussarmi alle spalle ed invitarmi a volare.
Come ora.
Qui.
Ecco.
Bene così.
Ho volato abbastanza.
(((torno in gabbia)))

Sono fuori? Controllo.

Sono fuori di me.
Ogni tanto ne sento il bisogno.
Di uscire.
Di uscirmi (ma sì, lasciatemi dire così).
Vado a fare un giro, mi son detta.
Alla larga.
Da tutto.
E da Titti.
Giusto per vedere che effetto fa.
Guardarsi dal di fuori.
Vedere come mi vedono gli altri.
E’ divertente.
E’ la mia vita, quella laggiù.
Guarda un po’ che tipa strana che sono.
E che tipe strane che ci sono tutte dentro la stessa me.
Ora allegra.
Un minuto dopo tristissima.
E poi serena.
Rassegnata, forse.
Ma viva, ancora viva, malgrado tutto.
Malgrado tutti quelli che la vorrebbero diversa.
O che la vorrebbero, magari, sempre e solo felice.
Eh.
Provo ad avvicinarmi, ma ho paura di essere riconosciuta.
Forse è solo paura di riconoscermi, in lei.
Allora faccio le presentazioni:
“Ciao, sono Titti, ci conosciamo?”
“Sì, proviamo a conoscerci.
Entra dentro. E prendiamo un po’ di te.
E di me.”

L’ultimo incontro

Non si sarebbero mai più rivisti.
Lo avevano capito da tempo, ormai.
E quello era il loro ultimo incontro.
Lo avevano rimandato tante volte.
Avevano trovato mille scuse
“Domani ho da fare”, “Il mio capo non mi ha dato un giorno di permesso”
“Mi hanno detto che venerdì arriveranno gli alieni…”
Beh, alcune erano davvero poco credibili.
Ma non per loro.
Loro che continuavano ad attaccarsi ad ogni pretesto pur di rimandare l’irrimandabile.
Ma ora era giunto il momento di salutarsi per sempre.
Come dite?
Volete sapere se si amavano?
Certo che sì.
Ma quello era il loro ultimo incontro.
Lo sapevano e basta.
“E basta” continuava a risuonare nelle loro teste.
Come il refrain di un disco rotto.
Un abbraccio.
Un ultimo bacio.
E basta.
Andando via lei disse: “Addio”.
Gli voltò le spalle, ma fece pochi passi.
Si fermò e gli chiese: “Come sono andata?”
E lui, con gli occhi ancora lucidi, “Sei andata d’addio.”