Inconcludente (che duole)

E continuo a scrivere, oggi
Cose che non hanno inizio né fine
Come un discorso già cominciato
E non ancora concluso
Come il pezzo jazz che sto ascoltando
Di quelle cose a cui puoi attaccare di tutto
E staranno sempre bene
O male
Sempre così, io
Eh
Io
Ho un io troppo invadente
Anche quando ama
Fa il pazzo (eh)
Perché vorrebbe gridare al mondo quanto è felice
(quando è felice)
E quanto soffre
(quando soffre)
Ci sguazza, il mio io, nelle pozzanghere delle mie lacrime
E si lascia prendere dall’entusiasmo delle mie risate
Però
Eh
Però a volte è troppo preso da sé
E si perde
Si perde quello che gli accade intorno
E ferisce
Senza toccare
Anzi, proprio perché non ha toccato
Argomenti
Problemi
Sentimenti
E poi non sa come riparare
O dove riparare
Perché comincia a piovere
Ah no
Sono lacrime
Eh
Continuo a scrivere
Dopo, magari
Così potrò concludere
Magari

La fate facile, voi.

“Scrivi”.
E’ l’invito di questo foglio bianco.
Mi dice proprio così:
“Scrivi”.
Come se fosse facile.
O come se colei che scrive fosse felice.
Fosse facile essere felice.
Invece non lo è mai.
Nemmeno quando sento che quella felicità in fondo un po’ me la merito.
Ma non riesco a godermela.
Ché non è facile nemmeno godere, eh.
Troppi freni, paletti, muri alti alti.
Provo a scalarli, io, quei muri, ma c’è sempre qualcosa (o qualcuno) che da giù mi tira la maglia.
E non mi fa arrivare in cima.
Allora mi sento straziata.
Ho l’anima a brandelli.
Il cuore sta bene, grazie.
Ma l’anima è in rianimazione.
Si rianimerà?
Non so.
So dove sono e so dove vorrei essere.
E così non mi sento in nessun luogo.
So chi sono?
E chi sono io per dirlo?
Allora forse è meglio scrivere.
Scrivere per descrivere.
I miei stati d’animo
Le mie paturnie
Le mie ansie
Le mie felicità
Le mie paure

Scrivere per descrivere me.

Eh.
Fosse facile.
Come essere felici.

di giorni migliori

ho avuto giorni migliori, di me, che non combino mai nulla di buono, beh, forse sto esagerando, qualcosa tutto sommato mi piace, non posso sottrarmi a questa verità, che fa bene, mica la verità può sempre fare male, ma oggi un po’ male mi sento, ché vorrei aiutare una persona a cui voglio bene, ma quella scalcia, come una bimba che fa i capricci, che non ti vuole vicina, che ti spinge via, ma io so che non è così, però non posso fare niente, posso solo prendere calci e pugni e aspettare che passi, come diceva quel tizio lì, “passata è la tempesta, odo augelli far festa…”, magari tornasse il sereno, ma qui è tutto variabile, forse la variabile sono io, forse no, eh, eppure abbiamo avuto giorni migliori, ricordi, sbiaditi, di noi due sdraiate in riva al mare a parlare per ore di tutto e di tutti, quel ragazzino che mi piaceva tanto, ma lui guardava solo te, ricordi?, quanto c’ho pianto, e tu ridevi, eh, e ridevamo stese lì, al sole che ci guardava come spiedini e ci rosolova, sì, di un bel colore barbecue, ma sì, torneremo anche stavolta a sorridere, tanto lo so: ho avuto giorni migliori, ne avremo di più belli, insieme, forse

Riflessioni sulle riflessioni in una giornata marrone

Rileggo sempre ciò che scrivo.
E lo faccio più e più volte.
Perché dentro ci sono io.
Ho bisogno di leggere ciò che una parte di me ha scritto.

E’ come se mi osservassi da lontano.
Io che da lontano non ci vedo.
Eppure è un lontano che mi avvicina al “core”, al nucleo – direbbero gli inglesi.
“Allu core”, al cuore, direbbero i salentini.

Io sono lì, in mezzo ad un’accozzaglia di parole senza senso, forse.
Di certo sono parole che scrivo con il con-senso di una parte di me.
Quella che grida, sottovoce.
Quella che vorrebbe graffiare, senza unghie.
Quella che vorrebbe tutto, ma non vede niente.

E poi penso anche a questo giorno senza scrivere.
E allo scrivere, ora, per la necessità di esprimere.
E capisco che scrivere è frutto di emozioni forti.

Desiderio.
Rabbia.
Paturnie.
Amore.

Cose che parlano di me.
Cose che parlano per me.

Vabbè.

Riflessioni in una giornata marrone

Voglio scappare da tutto e da tutti.
Ma prima di tutto voglio scappare da me.

E non voglio fare più niente.

Non voglio scrivere, ché non ne sono capace.
Non voglio parlare, ché non ne sono capace.
Non voglio pensare, ché non ne sono capace.

E non mi sto piangendo addosso, ché non ho più lacrime.

Sono arrabbiata col mondo e con me, che di questo mondo non mi sento parte.

E vorrrei urlare, ma non ho più voce.

Mi sento vuota.
Vacante.
Una vacante che ha bisogno di una vacanza.
In giro da qualche parte.
Vagante.

In fondo di me ho sempre detto di essere una femmina vagante.
Ultimamente più mina.
Avrei tanto voluto trasformare quella carica esplosiva che è in me in una matita, capace di (de)scrivere sogni, speranze, desideri inespressi.

E invece no.

Sto scoppiando.
Forse è già accaduto.
Vedo pezzi di me ovunque.
E non so raccoglierli.
Non so aiutarmi.

Perché so bene che l’unica persona in grado di salvarmi è dentro di me.
Ma non la trovo.
Non mi trovo.
E se mi trovo, mi trovo male.

E faccio male a chi mi è vicino.

Mi dispiace di tutto.
Mi dispiace di me.

Sono una donna complicata.
E complicante.

Come se(mpre)

Come se
bastasse scusarsi per sentirsi meglio.

Come se
bastasse guardarsi dentro per scoprirsi migliori.

Come se
bastasse assaporare un po’ di caffellatte per sentirsi svegli.

Come se
bastasse rispondere al telefono per dire chi siamo.

Come se
bastasse guardarsi allo specchio per convincersi di esistere.

Come se
bastasse l’Universo a farci capire che un posto lo abbiamo.

Come se
bastasse un sorriso per far di noi persone felici.

Come se
bastasse poco.

Eppure basterebbe amarsi solo un po’ di più.

(come se bastasse dirlo)

Il mio mal di te sta nel cuore

“Ho mal di testa.”
“Ma se non hai una testa, tu!”
“Embè? Mi fa male, ti dico.”
“Come può farti male ciò che non hai?”
“E’ proprio qui che ti sbagli. Fa sempre più male ciò che non si ha. O ciò che si è avuto in passato ed ora non c’è più.”
“Allora dimmi. Raccontami della tua testa. E del tuo dolore.”

“Ho perso la testa quando ho capito di averla molto a cuore.
Era nel posto sbagliato, forse.
Cuore e testa: due nemici/amici giurati.
Ed il processo (di rottura) inevitabile.
Dove c’era uno non poteva esserci l’altro.
E così sempre.
Allora giù litigi per stabilire chi dei due avesse ragione.
Il cuore, bravo ad argomentare per (cu)ore e (cu)ore, senza mai arrivare al cuore (della questione).
E la testa, ragionamenti a non finire per poter dimostrare di essere l’unica ad aver diritto di ragione.

E in uno di questi ragionamenti infiniti la mia testa si è persa.
E non è più tornata.
Ha lasciato campo libero ad un cuore subito pronto a dettar legge (“Al cuor non si comanda!”).
E giù emozioni una più forte dell’altra, passioni sfrenate e dunque incontrollabili, lacrime dolci e amare.
Una giostra emotiva senza (e)motivo.

Ed è lì che, tra un pianto ed un sorriso, ho cominciato a realizzare di avere una mancanza.
Di avere una mancanza, sì.
O meglio: di non avere una presenza.
Ed ecco il dolore.
Il dolore per ciò che non c’è.
Il dolore per un vuoto che sembra incolmabile.
Il dolore vivo per ciò che non vive più.

E mi fa male, sì.
Perché il cuore ha bisogno della testa, anche solo per litigare.
O per mitigare i suoi sbalzi d’amore.

Devo ritrovare ciò che ho perduto.
Lo devo fare per me.
Solo per me.

Te sta’ qui.
Io vado e torno.
(e te lo dico così: col cuore in mano)”

Stanze private

Pensieri come stanze.
Enormi stanze vuote.
Stanze private.
Private di me.
Private di tutto ciò che mi appartiene.
Private di un senso.
Di appartenenza.
Apparentemente sto bene.
“Sì, mamma, è tutto a posto.”
A parente mente.
Non c’è più niente al suo posto.
Queste stanze sono vuote.
Ma c’è ancora il segno di ciò che era.
Ed ora non è più.
Il segno di me.
La mia sagoma, lì per terra.
Qualcuno mi ha fatto fuori.
Ma io sono ancora dentro.
Dentro queste enormi stanze vuote.
In tutte queste stanze.
Il detective indaga.
Ma non trova indizi.
“Lei conosceva la vittima?”
“No.”
Forse un po’ sì.
Era una delle tante me.
Ma non ci stava con la testa.
Con la mia testa.
Non ci sono più voci, in queste enormi stanze vuote.
Solo l’eco, a ricordo di un suono che prima c’era.
Prima.
Con l’eco non collego.
Con l’ego, il mio ego, forse ritrovo un pensiero, una parola, me.
E invece no.
Resto qui a guardarmi intorno in queste enormi stanze vuote.
Del resto non c’ho capito molto.
Dell’andar via ancora meno.