Silenzio!

È ancora troppo presto.
Per (inter)rompere un silenzio.
C’è chi abbatte il muro del suono
E chi, come te, costruisce muri di silenzio.

[silenzio] [silenzio] [silenzio] [silenzio]
[silenzio] [silenzio] [silenzio] [silenzio]
[silenzio] [silenzio] [silenzio] [silenzio]
[silenzio] [silenzio] [silenzio] [silenzio]
[silenzio] [silenzio] [silenzio] [silenzio]
[silenzio] [silenzio] { crepa } [silenzio]
[silenzio] [silenzio] [silenzio] [silenzio]
[silenzio] [silenzio] [silenzio] [silenzio]

Oh!
Ho intravisto una crepa, nel tuo silenzio.
“Ma no, sciocca, quella non è una crepa. È solo una che crepa, nel silenzio generale.”
Ah.
Come al solito non c’ho capito niente.
Spero almeno che la poverina possa crepare dalle risate.
Sai che rottura, per quel muro.

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La fate facile, voi.

“Scrivi”.
E’ l’invito di questo foglio bianco.
Mi dice proprio così:
“Scrivi”.
Come se fosse facile.
O come se colei che scrive fosse felice.
Fosse facile essere felice.
Invece non lo è mai.
Nemmeno quando sento che quella felicità in fondo un po’ me la merito.
Ma non riesco a godermela.
Ché non è facile nemmeno godere, eh.
Troppi freni, paletti, muri alti alti.
Provo a scalarli, io, quei muri, ma c’è sempre qualcosa (o qualcuno) che da giù mi tira la maglia.
E non mi fa arrivare in cima.
Allora mi sento straziata.
Ho l’anima a brandelli.
Il cuore sta bene, grazie.
Ma l’anima è in rianimazione.
Si rianimerà?
Non so.
So dove sono e so dove vorrei essere.
E così non mi sento in nessun luogo.
So chi sono?
E chi sono io per dirlo?
Allora forse è meglio scrivere.
Scrivere per descrivere.
I miei stati d’animo
Le mie paturnie
Le mie ansie
Le mie felicità
Le mie paure

Scrivere per descrivere me.

Eh.
Fosse facile.
Come essere felici.

Englishman in New York

Sting-Englishman-In-New-York

Mi faccio tanti film.
E sono film fatti in casa.
Su pellicola domopak.
Ma mi dicono dalla regia che devo smettere di farmi tutti questi film.
E lo dicono a me.
Sì, a me.
Che ho già scelto pure la colonna sonora.
Brani di ogni genere.
Protagonisti, essi stessi, del mio passato.
E del mio presente.
Jazz, pop, bossa…
C’è sempre una musica che bossa alla mia porta.
E che mi porta via con sé.
E con tutti i miei “se”.
E questa sera il mio film è in bianco e nero.
Come i due colori che sento dentro, da sempre.
Buio e luce.
Metto sempre le cose in chiaroscuro, io.
Per godere meglio dei contrasti.
Come quelli che sa regalare una città che ho nel cuore: New York.
Città in bianco e nero descritta, disegnata, in questa poesia che amo:

Alla giovane cassiera di Sbarro, Times Square, NYC
[di R. Uberti in Tetralogia Newyorkese]

È un’ora di pranzo credo come tutte le altre
sulla prua di Times Square orientata a nordovest
e tu hai un sorriso da gallina sventrata mentre infili la mia cartadicredito
dentro un paio di labbra di plastica e mi dici tenkiù.
Ho un vassoio con un po’ di pasticcio di pasta e del pollo
credo oramai arrugginito. Tra un attimo siederò a un tavoletto
addosso a una vetrina dove mi sento in faccia alla folla.
E tu intanto dirai altri dieci e poi dieci e poi dieci tenkiù
a chi compra il tuo pollo oramai arrugginito.
In faccia a tutta la folla che cosparge ricopre la prua di Times Square
in piena navigazione verso porti mai visti
sei soltanto la piccola buccia
di una vecchia banana gettata su un marciapiedi esigente.

(E in sottofondo Sting se la canta – e ce le canta)
“Be yourself, no matter what they say”

di giorni migliori

ho avuto giorni migliori, di me, che non combino mai nulla di buono, beh, forse sto esagerando, qualcosa tutto sommato mi piace, non posso sottrarmi a questa verità, che fa bene, mica la verità può sempre fare male, ma oggi un po’ male mi sento, ché vorrei aiutare una persona a cui voglio bene, ma quella scalcia, come una bimba che fa i capricci, che non ti vuole vicina, che ti spinge via, ma io so che non è così, però non posso fare niente, posso solo prendere calci e pugni e aspettare che passi, come diceva quel tizio lì, “passata è la tempesta, odo augelli far festa…”, magari tornasse il sereno, ma qui è tutto variabile, forse la variabile sono io, forse no, eh, eppure abbiamo avuto giorni migliori, ricordi, sbiaditi, di noi due sdraiate in riva al mare a parlare per ore di tutto e di tutti, quel ragazzino che mi piaceva tanto, ma lui guardava solo te, ricordi?, quanto c’ho pianto, e tu ridevi, eh, e ridevamo stese lì, al sole che ci guardava come spiedini e ci rosolova, sì, di un bel colore barbecue, ma sì, torneremo anche stavolta a sorridere, tanto lo so: ho avuto giorni migliori, ne avremo di più belli, insieme, forse

When I Fall in Love (B. Evans)

Dritto dritto al cuore.
Senza passare per nessun altro organo vitale.
Dritto dritto, come un colpo ben assestato.
Una freccia.
Che fa breccia.
Basta guardarla dall’altro lato, quello b.
Un brano che puoi ascoltare solo ad occhi chiusi.
Come quando dai un bacio.
Un lungo bacio.
E ti ritrovi in un mondo parallelo.
Il suo.
E ti perdi.
E ti cerchi.
E ti trovi.
Così io.
Quando mi innamoro.

When I Fall in Love

When I fall in love it will be forever
Or I’ll never fall in love
In a restless world like this is
Love is ended before it’s begun
And too many moonlight kisses
Seem to cool in the warmth of the sun

When I give my heart it will be completely
Or I’ll never give my heart
And the moment I can feel that you feel that way too
Is when I fall in love with you.

And the moment I can feel that you feel that way too
Is when I fall in love with you.

Scrittori di aforismi su Twitter, Sonopazzaio

L’importanza di essere Pazza.
(e intanto Oscar Wilde se la ride)

[ma Aforisticamente qui mi prende sul serio – e mi prende parecchio]

Nella sezione Scrittori di aforismi su Twitter, l’articolo di oggi è dedicato a @sonopazzaio (La Pazza). Nella breve nota biografica che mi ha inviato, l’autrice scrive di sé:

Parlare di me non è facile.
Figuriamoci parlare di lei.
Lei chi?
La Pazza, naturalmente.
Ovvero l’altra me che mi abita da sempre e che nel giugno del 2012 ha deciso di venir fuori a dire la sua.
Fuori di testa.
La mia testa.
Ero già su twitter con il mio nome, ma dopo qualche mese ho sentito la necessità di dar voce ad ogni mio singolo pensiero liberandolo dalla persona reale che lo scriveva.
La Pazza è un personaggio di fantasia (e la fantasia è anche un po’ il suo alibi).
Scrive paturnie e altre pazzate rispettando, senza volerlo, la doppia anima di chi la anima.
Nella bio di twitter si definisce bipolare (abita ora il Polo Sud, ora…

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Cent’anni di solitudine

Di quei libri che
dovresti leggere
(te lo ha detto il tuo professore di Letteratura Angloamericana, anni fa)
non puoi non conoscere
(fanno parte del patrimonio culturale di tutti)
devi avere nella tua libreria
(perché sono classici)

Di quei libri che compri, con il proposito di leggerli subito.

Di quei libri che già solo il titolo ti sembra di sentire tuo.

Cent’anni di solitudine

Comprato e messo lì, a far la polvere, su di un comodino poco comodo, ché già bell’e occupato da tanti altri suoi simili.

E ti dici
ora lo leggo
(e intanto ti sei innamorata di un altro)
questa sera lo inizio
(ma no! sono troppo stanca per iniziare un mattone)
Dai, sì. Me lo porto al mare.
(seh! Al mare servono cose più leggere, da leggere)

E intanto gli anni passano.
E i cent’anni di solitudine sembrano quelli del povero libro sul tuo comodino.
Eppure hai letto L’amore ai tempi del colera e ti è rimasto impresso, come un tatuaggio indelebile.

E poi ti piomba addosso così, in un giorno qualunque, la notizia:

E’ morto Gabriel Garcia Marquez!

E tu resti lì.
Davanti alla tv.
Senza dir nulla.
Tanto ci pensano gli altri a dire tutto.
Tutti bravi a salire sul carro funebre del vincitore, che ha perso contro la morte.
Tutti pronti a dire di aver letto questo o quel libro.
Tutti lì a scrivere frasi tratte dai suoi romanzi più famosi e belli.
E tu niente.
“Non ho niente da dire, Vostro Onore.”

Ma non è vero.
Stai mentendo.
A te stessa.
C’è un libro, lì, sul comodino.
Ed è lì che ti aspetta, da anni.
Proprio tanti anni.
Ed è senza dir niente che ti avvicini e apri una pagina.
La prima.
Ti sembra il modo più giusto per ricordare chi non c’è più.
E per ricordare chi ti aspetta da anni.
Quel libro.

“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.”

Diciamo che è un inizio.
Meglio, un incipit.

[ora sono a pag. 109 e Macondo è ormai il mio M(ac)ondo]

Sbagliando si muore

“Oggi mi sento particolarmente ispirata.” disse la poveretta prima di spirare.

Eh, aveva da sempre un sogno, lei.
Studiare.
Sì.
Quella cosa che si fa sui libri, a scuola.
E invece niente.
I suoi le volevano un gran bene e per questo avevano tentato in tutti i modi di tenerla lontana dalle “insidie della vita”.
Prima fra tutte la cultura.
Era una parola, quella, che nascondeva troppi metasignificati.
“Cul” e “tura”.
Mh.
“Molto meglio darsi alla coltura, degli ortaggi”, pensavano.
La loro figlia doveva essere, sì, una cima.
Una cima di rapa, per la precisione.
E c’erano riusciti benissimo.

La poveretta morì così, con tutta l’ignoranza a carico.
Senza capire la differenza tra l’essere ispirati e l’essere spirati.